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Appunti di resilienza. La riscossa dei piccoli Comuni nell’emergenza Coronavirus.

Veduta di Largo Castello - Ph. Guerino Trivisonno

“Allontana il cellulare e prenditi del tempo per leggere con attenzione…”

Le opportunità di lavoro si concentrano nelle grandi città.

La carenza di occupazione nei piccoli Comuni delle aree interne ha notevolmente accelerato il fenomeno dello spopolamento.
Tanti paesi si sono svuotati, alcuni addirittura si sono estinti, diventando i c.d. “paesi fantasma”.

Gambatesa, il mio paese, e i borghi del Molise, sembrano soffrire più di altri l’impatto di questo fenomeno.

Tuttavia, qualcosa oggi sta cambiando.
La pandemia ha elevato all’ennesima potenza il numero di persone che oggi si interrogano sulla sostenibilità della propria esistenza all’interno dei grandi agglomerati urbani.
Le metropoli, perennemente affollate, spesso inquinate, poco ospitali e socialmente depressive, sono in grado di affrontare le sfide del prossimo futuro?
Un futuro che non vaneggia più di lavoro e ricchezza, ma che ci parla di salute, di benessere, di aria pulita, di relazioni umane più stabili e di un senso di appartenenza più forte. Insomma, un futuro che ci riporta indietro, a quello che conta davvero.

Possiamo accumulare ricchezze, scalare posizioni a lavoro, girare il mondo e cenare nei migliori ristoranti. Abbiamo capito che tutto ciò perde di valore se basta un virus contratto per strada o in ufficio a chiuderci in casa per mesi o addirittura ucciderci in meno di una settimana.

In questa cornice di presente, i piccoli borghi delle aree interne d’Italia, tornano di moda e diventano il santuario della qualità della vita.

Parliamo di quei borghi spopolati dei quali la politica si è occupata (o ha fatto finta di occuparsi) per decenni, senza, peraltro, conseguire alcun tangibile successo. Nelle c.d. aree periferiche dell’Italia, lo stato ha rimediato solo pesanti sconfitte. Disfatte epiche scolpite in tutti i principali indicatori demografici ed economici che misurano il benessere della popolazione.

A questo punto una domanda è d’obbligo.
L’emergenza Coronavirus può davvero rappresentare una opportunità per ri-attivare e ri-abitare i piccoli borghi delle aree interne?
Io credo di si. Il tema è interessante e meritevole di approfondimento.

Sul tema, il dibattito proposto dal paesologo Franco Arminio sulle c.d. “residenze temporaneequale strumento di riattivazione socio-economica dei paesi affascina e pone importanti questioni che meritano di essere analizzate.
In sintesi, il poeta di Bisaccia (AV), ritiene che i paesi, nel post-pandemia, possano diventare luoghi di residenza temporanea destinati ad accogliere anziani e famiglie, lavoratori e pensionati. In quest’ottica, i piccoli comuni, rappresenterebbero una soluzione economicamente sostenibile per permettere la fuga (anche temporanea) dalle città alle tante persone in cerca di una migliore qualità della vita.

Tutto bello e interessante. Ma come si può innescare davvero questa nuova tendenza?
E’ evidente che i timori provocati dal Coronavirus  (ad esempio il sovraffollamento oppure la ritrovata presa di coscienza circa la pericolosità dell’inquinamento) da soli, non sembrano sufficienti ad attivare i circuiti della “ri-abitazione delle aree interne”. Si tratta, a mio avviso, di un procedimento più complesso composto da una serie di azioni, alcune delle quali già esistenti e ben avviate.

Ciò premesso, possiamo concentrarci ora su alcuni di quei fattori che, se ben combinati, potrebbero sovvertire l’inesorabile flusso migratorio che rischia di far scomparire luoghi, culture e paesaggi di tanti Comuni delle aree marginali dello stivale.

Esigenze di brevità mi porteranno a trattare solo pochi e selezionati argomenti.

1) GLI IMMOBILI NEI PICCOLI COMUNI: acquistare un immobile in un piccolo Comune per una “residenza temporanea” può costare meno della sostituzione degli infissi di un appartamento in una grande città. Bene l’acquisto, ma poi l’immobile bisogna ristrutturarlo.

Al riguardo, non tutti sanno che dal gennaio 2020 ci sono importanti sgravi sulle ristrutturazioni edilizie (eco-bonus, adeguamento sismico, bonus facciate). Addirittura, nel Decreto di contrasto all’emergenza che verrà emanato a giorni, sono stati annunciati incentivi pari al 110% dell’importo dei lavori con possibilità di cessione del credito d’imposta all’impresa esecutrice dei lavori che a sua volta potrà monetizzare il credito con l’ausilio di intermediari finanziari. In soldoni, l’esigenza di dare uno shock al settore edilizio, messo in ginocchio dal COVID-19, sta aprendo la strada a ristrutturazioni quasi gratuite, o comunque molto convenienti.

Torniamo alle nostre “residenze temporanee” e immaginiamo per un attimo di restringere la platea dei c.d.”residenti temporanei” ai soli emigranti.
Di quante persone stiamo parlando? Anche nei borghi minuscoli gli emigranti noti sono centinaia.
In genere gli emigranti possiedono le tre caratteristiche perfette per diventare “residenti temporanei”: sono proprietari di un immobile, il più delle volte da ristrutturare; hanno a cuore il paese, spesso, più degli stessi residenti; vivono in città molto affollate in Italia o all’estero.
Penso al “giovane” pensionato di città che, emigrato anni or sono, pur mantenendo nella metropoli i suoi interessi e i suoi legami familiari (figli e nipoti in primis), possa essere incentivato a trascorrere più tempo nel proprio paese d’origine.

I legami sociali, l’aria pulita, gli spazi larghi e, magari un immobile decoroso e finemente ristrutturato, possono essere davvero un richiamo irresistibile.
Mantenendo il focus sull’immobile, va da sé che le compravendite, ma, ancor di più, le ristrutturazioni creerebbero positive ricadute sul tessuto economico locale, migliorerebbero il decoro urbano e permetterebbero il recupero e l’abitabilità dei centri storici.

2) I SERVIZI NEI PICCOLI COMUNI: nessuno andrà a vivere in un piccolo paese (neanche temporaneamente) se lo stesso non è in grado di offrire ai cittadini quei servizi essenziali necessari a garantire salute, benessere e sicurezza.
Il riferimento principale è ai servizi di natura sanitaria.
Anche su questo punto, in molte aree del paese, è in fase di sviluppo un sistema di medicina c.d. “territoriale”, che, punta sull’offerta di servizi c.d. “di prossimità”, anche domiciliari, in sostituzione dell’ospedalizzazione.
Un’offerta che appare funzionale e creata a misura della popolazione, sempre più anziana, che abita questi luoghi.
Sul tema, ad esempio, la Strategia Aree Interne Fortore (Molise) prevede l’attivazione di misure quali “infermiere di famiglia e comunità”, “strutture a servizio della non autosufficienza”, “ambulatorio materno infantile”.
Il tutto da completare con l’offerta di servizi che possano realmente semplificare e migliorare la vita: la spesa per telefono o telematica ordinata presso il negozietto locale e consegnata direttamente a casa; il consulto con il medico a distanza e la ricetta elettronica; l’approvvigionamento dei farmaci a domicilio.
A ben vedere, anche queste misure, come già detto per gli immobili, assumono una doppia valenza. Da un lato semplificano la vita dei cittadini che ne fanno uso,  dall’altro contribuiscono a mantenere attivi i piccoli esercizi commerciali che, nelle aree interne stanno assumendo sempre di più la forma di servizi (piuttosto che attività imprenditoriali). Perché non promuovere e favorire questi servizi anche dopo il Coronavirus?

3) DIFFUSIONE DELLO SMART WORKING: la diffusione del lavoro agile  potrebbe rappresentare, per le persone ancora in età lavorativa, una forte spinta alle “residenze temporanee “.
Certo, si può obiettare che la gran parte delle attività produttive italiane non sono ancora organizzate a istituzionalizzare il lavoro da casa come forma di lavoro standard. O ancora, che la scarsa diffusione della banda larga nelle aree interne renda impossibile il lavoro agile in queste zone.
Anche su questo tema, si ha la percezione che le cose stiano per cambiare rapidamente.
Quanto al primo punto, dal tenore dei primi provvedimenti governativi (anche di livello regionale) emerge un atteggiamento di spiccato favor verso lo smart working. In breve, il lavoro agile, potrebbe diventare una necessità, piuttosto che una opportunità, tanto nel settore pubblico che in quello privato.
Rispetto alla banda larga, in quasi tutte le regioni d’Italia, sono ben avviati i lavori per il collegamento in fibra ottica con tecnologia FTTH (1 Gb). Un po’ in tutti i nostri comuni abbiamo visto scavare piccole trincee e posare strani cavi. Ecco, a breve, con alta probabilità, avremo tutti a disposizione un collegamento veloce in fibra ottica (notizia di oggi che sono già connessi con internet a 1 GB in Molise i piccoli comuni di Jelsi e Cercepiccola).
Dunque, se lavorare da casa diventerà una abitudine, sicuramente sarà meglio farlo in un luogo pulito, poco rumoroso, magari a stretto contatto con la natura, che da un condominio di una grande città metropolitana.

4) L’ENTUSIASMO: seppur relegato al punto 4) ritengo che l’entusiasmo rappresenti il vero motore del cambiamento. Quando c’è l’entusiasmo non c’è condizione sfavorevole che non possa essere superata. Di converso, un contesto estremamente favorevole non produrrà alcun effetto benefico senza la giusta dose di entusiasmo.
In sintesi, possiamo riversare sulle aree interne montagne di soldi e fiumi di opportunità, ma, resto convinto che solo le comunità che saranno in grado di profondere entusiasmo nelle proprie azioni potranno uscire più agevolmente dal pantano della marginalità.
Ogni piccolo paese dovrà muoversi in coordinamento con gli altri, ma, solo nella propria storia, nei suoi valori e nel suo popolo potrà trovare le soluzioni ideali per favorire la propria crescita. Soluzioni che oggi sembrano più accessibili rispetto a qualche mese fa.
E’ necessaria una presa di coscienza collettiva circa la possibilità di poter creare un circuito virtuoso capace di auto-sostenersi.
In questo modo, i piccoli borghi delle aree interne potranno davvero diventare dei templi della qualità della vita, dove, le minime opportunità di arricchirsi saranno compensate dalla possibilità di trascorrere del tempo senza l’ansia di code e di luoghi affollati, timori di pandemie, attentati e micro-particelle cancerogene e ogni altra paura di indole prettamente cittadina.

In conclusione, si profila oggi l’opportunità storica di affrontare la questione delle aree interne con il vento in poppa. Pertanto, ogni livello di Governo dovrebbe farsi carico di pianificare le azioni di propria competenza per rendere sostenibili e abitabili le aree interne dell’Italia.

La programmazione in quest’ambito è un atto di resilienza.

L’entusiasmo è l’espressione più alta di resilienza.

Veduta di Largo Castello – Ph. Guerino Trivisonno

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